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Parmacotto, i creditori-fornitori diventano azionisti: si decide il 22 dicembre

</span></figure></a> Alessandro, Stefania e Marco Rosi
Alessandro, Stefania e Marco Rosi

L’appuntamento è per il 22 dicembre alle 11: l’assemblea dei creditori di Parmacotto dovrà decidere se approvare il piano concordatario. Se ci fosse il semaforo verde il tribunale lo omologherebbe.  Lo scorso novembre l’azienda, in difficoltà, ha avviato l’iter per il “concordato in bianco”, riservandosi di presentare un piano di rientro dell’esposizione. In giugno, il tribunale fallimentare di Parma ha ammesso la Parmacotto alla procedura di concordato preventivo con continuità dell’attività aziendale, dopo aver valutato il piano di ristrutturazione del debito e il piano industriale.
Il piano prevede una ricapitalizzazione della società in misura non inferiore a 11,2 milioni tramite copertura delle perdite e ricostituzione di 3,6 milioni di capitale sociale.

Verranno liquidati i beni mobili e immobili e le partecipazioni societarie non necessarie per la gestione dell’impresa. A dicembre quindi i creditori chirografari di classe A, che rappresentano 23,7 milioni del debito concordatario su 95,3 concordatari, dovranno convincere gli altri creditori di classe B (catene commerciali con circa 2 milioni) e C (banche e altri per 57,7 milioni) a dare luce verde al concordato stesso e quindi all’omologazione di legge. Non dovrebbe essere difficile per la squadra dei  creditori di classe A (formata dai fornitori strategici Alcar, Fimar, Tino, Ppa, Global carni, Felsineo,

</span></figure></a> La Salumeria Rosi di New York
La Salumeria Rosi di New York

Zenit e Katia) spuntarla. Infatti secondo il piano concordatario proposto al tribunale fallimentare dal presidente pro tempore di Parmacotto Alessandro Rosi e dal professor Andrea Mora, i fornitori concordatari chirografari di classe A potranno convertire i loro crediti in strumenti finanziari partecipativi (sorta di azioni che si acquisiscono in cambio di forniture o prestazioni di servizi) e vedersi riconosciuto il rimborso integrale del debito entro il 2024; i creditori di classe B dovrebbero ricevere il pagamento dei crediti integralmente entro il 2016 mediante compensazioni di forniture mentre quelli di classe C dovrebbero incassare il 10% del credito a rate dal 2017 e un altro 15% entro il 2019. Sempre che l’azienda recuperi il terreno perduto e torni alla redditività.

La scommessa
Insomma una scommessa basata su un piano industriale 2015-2017 che prevede una crescita dei ricavi dai 59 milioni del 2015 dell’ipotesi base (53,3 in quella peggiore) ai 65,5 milioni del 2017 (58,8) con un Ebitda che passerebbe da 2,7 milioni (al peggio 0,7) a 9,1 milioni (5,1). Nell’ipotesi base il margine, nel 2017, inciderebbe per il 14% sui ricavi e nell’altro per il 9%. Un’ipotesi auspicabile ma che si collocherebbe nella fascia decisamente alta degli operatori più performanti del settore: infatti il gigante Citterio (con 368 milioni di ricavi) ha un margine del 10% e Ferrarini (con 255 milioni) intorno all’8%. Rovagnati (252 milioni) si ferma al 4%. Inoltre il piano prevede una crescita del 10% del fatturato in due anni pur in un mercato debolissimo e con una pressione competitiva sui prezzi esasperata. La nuova gestione di Parmacotto dovrà dunque risalire rapidamente dal buco nero delle gestioni storiche: -26,3 milioni l’Ebitda 2013 (con 14 milioni di premi non di competenza spuntati all’improvviso e 7,1 milioni di effetto stock) e -2,2 milioni del 2014.

</span></figure></a> Lo stabilimento Parmacotto di Marano (Parma)
Lo stabilimento Parmacotto di Marano (Parma)

 

Le cause del dissesto di Parmacotto le mette in fila, una per una, lo stesso piano concordatario: eccesso di capacità produttiva, inefficienza del polo produttivo di Marano, organigramma ridondante, investimenti negli Usa e nelle sedi estere con scarsi ritorni, imponente struttura dei costi, acquisto diretto di prodotti finiti e altre ancora. Comunque gli attestatori, Alberto Tron e Alberto Guiotto, concludono in una relazione di 131 pagine che il piano industriale e finanziario predisposto da Parmacotto “è fattibile e garantirebbe un migliore soddisfacimento dei creditori”: nell’ipotesi fallimentare infatti l’attivo (7 milioni) produrrebbe una percentuale di soddisfacimento dei creditori chirografari del 7,9% mentre nello scenario della continuità aziendale definito dal piano arriverebbe al 20% nell’ipotesi migliore e al 14,3% nella peggiore.

Via da Marano e i sindacati
La riforma del concordato appena varata dal Parlamento non dovrebbe avere conseguenze sul concordato Parmacotto, forse neanche nella fase transitoria (stante il 20% di soddisfazione dei creditori) e non sembrano aprirsi varchi per eventuali offerte concorrenti. Sotto il profilo strutturale la riorganizzazione aziendale, con razionalizzazione della forza lavoro e contenimento dei costi, prevede l’abbandono delle linee di affettamento dello stabilimento di Marano (con la cessione di 9 linee) e la concentrazione

</span></figure></a> Marco Rosi
Marco Rosi

delle attività produttive nel sito di San Vitale Baganza. Sono previsti 54 esuberi su circa 200 lavoratori impiegati. I sindacali guardano con preoccupazione al piano industriale che, oltre a tagliare posti di lavoro nel breve, “non garantisce nel medio-lungo periodo – osserva Luca Ferrari, segretario generale Flai Cgil di Parma – quella continuità aziendale necessaria a mantenere il posto di lavoro che resterebbero nella nuova realtà produttiva. Avremmo preferito che la conduzione dell’azienda fosse affidata a un operatore del settore, dotato dei canali commerciali giusti, e non a dei fornitori. Per esempio le offerte avanzate da Citterio e Ferrarini meritavano più attenzione”. E queste offerte avrebbero riconosciuto a Parmacotto un valore compreso tra i 15 e i 20 milioni.