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Fiorucci, Santa Palomba appesa al riavvio dello stabilimento spagnolo di Burgos

</span></figure></a> Foto storica della Pizzicheria Fiorucci
Foto storica della Pizzicheria Fiorucci

Cambio al vertice di Fiorucci. I nuovi azionisti messicani del gruppo spagnolo Campofrio foods group inviano alla presidenza della società italiana il portoghese Paulo Soares in sostituzione di Ignazio Gonzales. La società spiega che Soares ha maturato nel gruppo, dove ricopre la carica di direttore finanziario, un’esperienza professionale tale da apportare un fattivo e proficuo contributo per l’attuazione de piano strategico della società tricolore. Gonzales ha rassegnato le dimissioni da consigliere e da presidente per motivi personali. La scorsa estate il conglomerato messicano Alfa ha rilevato, attraverso Sigma, l’81% delle azioni di Campofrio.
“Gonzales – sostiene Alberto Alfieri, ad di Fiorucci – ha rassegnato le dimissioni perché chiamato da Pescanova”.

Con l’ingresso di Soares si sono ridefiniti anche poteri e responsabilità nell’ambito del consiglio di amministrazione di Fiorucci. Quelli di Soares fanno riferimento alla gestione quotidiana e ordinaria della Fiorucci. E sono, in fotocopia, identici a quelli dell’amministratore delegato Alberto Alfieri. Con in più la funzione di fissare le linee strategiche del piano pluriennale da far approvare al Cda.

Il gruppo Fiorucci opera nel mercato dei salumi, prosciutti e mortadelle oltre che nella ristorazione commerciale e collettiva. Il raggio d’azione è concentrato nel Centro sud. Il gruppo laziale ha attraversato una lunga fase di crisi, con ampio ricorso ai contratti di solidarietà. “E un tentativo di esodi incentivati – Gianfranco Moranti della Flai Cgil – che ha sortito risultati deludenti: non è facile oggi trovare un altro lavoro”.

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Un 2015 migliore

Non si hanno ancora dati sull’andamento del 2015 ma la società spagnola nel report dei primi 9 mesi di esercizio scrive che la marginalità della controllata italiana è migliorata. “La marginalità è migliorata” conferma Alfieri, ma di più non vuole dire.

</span></figure></a> La Norcineria di Fiorucci
La Norcineria di Fiorucci

Il mercato italiano non è però migliorato, specie dopo l’allarme lanciato dall’Oms lo scorso autunno. Lo stabilimento italiano di Santa Palomba (con 540 addetti) ha indirettamente beneficiato dell’incendio del 16 novembre 2014 che ha distrutto lo stabilimento spagnolo di Campofrio di Burgos. La produzione di insaccati è sta temporaneamente spostata in Italia e forse anche per questo tutti gli addetti di Santa Palomba dallo scorso gennaio sono tornati a orario pieno dopo il ricorso ai contratti di solidarietà (con poche uscite volontarie incentivate).  Tuttavia entro il prossimo ottobre lo stabilimento di Burgos dovrebbe rientrare in attività e quindi non verrebbe più richiesto l’apporto di Santa Palomba. Un problema in più per i messicani che non si riesce a risolvere dal 2011, anno di acquisizione di Fiorucci da parte di Campofrio per 170 milioni di euro. Intascati dal fondo di private equity Vestar. “Lo stabilimento di Burgos – osserva Alfieri – sarà molto specializzato. Quindi non è escluso che parte degli ordini su certi prodotti rimangano in Italia. Ma per dire qualcosa di certo bisogna aspettare il prossimo autunno”.

</span></figure></a> Alberto Alfieri
Alberto Alfieri

Secondo l’analisi di R&S Mediobanca, dal 2012 il Mol del gruppo Fiorucci è risultato sempre in rosso e le perdite nette in 5 anni sono ammontate complessivamente a 195 milioni.

Nell’esercizio 2014, a fronte di una perdita di 22,1 milioni (anche per svalutazioni e accantonamenti), revisori e sindaci hanno avallato la continuità aziendale basandosi sull’impegno assunto, nel giugno 2015, da Campofrio food group che «garantirà un adeguato supporto patrimoniale e finanziario alla società», come del resto fatto nel 2014, rinunciando a crediti e altre poste per 98 milioni.
Che faranno i messicani: rilancio o cessione? Non si sa. Peraltro i rumor su un negoziato con un player italiano sono cessati. Certo che i bilanci storici di Fiorucci sembrano dimostrare che, senza una grande quota di export, operare solo al Centro-sud Italia non è sostenibile. Probabilmente serve integrarsi con un operatore del Nord che garantisca complementarietà di mercati e sinergie.