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In Italia si consuma sempre meno pasta, all’estero tanto kebab e pasta turca

Pasta
Per la pasta italiana è crisi. Dopo la dieta prolungata del mercato domestico è arrivato lo scivolone dell’export: nel 2015 i volumi esportati sono calati del 5,8% sotto i 2 milioni di tonnellate mentre è cresciuto il valore del 6,5% a 2,1 miliardi di euro. Il campanello d’allarme è squillato anche nel primo bimestre di quest’anno: – 6,2% a volume e – 7,5% a valore.
Sul fronte interno le vendite di pasta nel canale moderno (compreso i discount) sono, secondo Iri, in calo da diversi anni: nel 2014 hanno registrato, a volume,  -3,3% (-3,4% a valore), nel 2015 ancora -3,3% (+1,9% a valore) e nei primi quattro mesi del 2016 -2,8% (-1,5% a valore). Il prezzo medio della pasta di semola è salito da 1,25 a 1,32 euro al kg l’anno scorso e a 1,41 nel primo quadrimestre 2016. Molto meglio le paste integrali, di kamut e le speciali, che crescono a due cifre, ma pesano appena il 10% su vendite vicino al miliardo.

Made in Italy deve fare di più
«I dati – osserva Riccardo Felicetti, presidente dei pastai di Aidepi – risentono della competizione internazionale ma anche di alcuni nodi di filiera. L’Italia non può limitarsi a migliorare le condizioni commerciali: stabilire, per esempio, come dev’essere la pasta italiana. Di queste cose stiamo discutendo in associazione ma non posso anticiparle». Si tratterebbe di definire alcuni parametri qualitativi e produttivi del made in Italy: con prezzi più elevati in un comparto in cui un prodotto “povero” è soggetto a costi di trasporto elevati. Diverso il discorso per i produttori (come Barilla, De Cecco, Colussi, Rana) che hanno delocalizzato pezzi di produzione in mercati specifici. E nel 2016? «Secondo i nostri dati – assicura Felicetti – nei primi cinque mesi l’export ha ripreso quota. E anche negli Stati Uniti, dopo la carbofobia, la pasta è rientrata nelle diete equilibrate». I nostri competitor sono soprattutto la Turchia, ma anche Stati Uniti, Spagna e Messico. Una bella soddisfazione per i turchi che hanno esportato nel mondo il loro prodotto icona, il kebab.

Dumping turco
«La crisi del nostro export – interviene il presidente di Pasta Zara, Furio Bragagnolo – nasce dalla concorrenza sleale della Turchia: acquistano il grano a buon mercato in importazione temporanea, vendono nel loro Paese i sottoprodotti a prezzi vantaggiosi e finanziano il dumping della pasta». Pasta Zara però continua ad avanzare all’estero (92%): «Nei primi mesi dell’anno cresciamo del 3% ma spero di fare meglio, nonostante la crisi della Russia e del Venezuela. In particolare, la Russia è un mercato perso dopo che alcuni player italiani hanno delocalizzato».