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Il rebus delle Province e delle Camere di commercio nel capitale delle fiere

</span></figure></a> La giornata di Aefi
La giornata di Aefi

Dopo la grande crisi e la chiusura di diversi quartieri, il business delle fiere in Italia ha registrato nel 2015/16 qualche confortante segnale di ripresa. Tuttavia andrebbero sciolti, secondo Aefi, almeno tre nodi per non comprometterne il futuro di quello che rimane un traino del made in Italy: tracciare regole europee accettate da tutti, certezza sull’assetto societario delle fiere e una equa tassazione Imu. Aefi, l’associazione delle fiere italiane, ha riproposto i temi più caldi nella cornice della Giornata mondiale delle Fiere.

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Rebus Province e Cdc
In particolare, la riforma dell’assetto istituzionale di enti pubblici e Camere di commercio, senza previsioni specifiche sul ruolo delle fiere, genera incertezza nell’assetto societario e fa venir meno gli investimenti. In altre parole, la prossima soppressione delle Province e la forte riduzione delle Cdc (dovrebbero scendere da 105 a una ventina) rischia di destabilizzare molti quartieri. Infatti le Cdc sono presenti nell’azionariato di 28 quartieri fieristici sui 35 associati Aefi, le Province in 25 e i Comuni in 21.

La zavorra dell’Imu
Nel complesso 28 su 35 quartieri avrebbero forti problematiche se non venisse riconosciuta, secondo il presidente di Aefi Ettore Riello, la specificità delle partecipazioni delle Cdc nelle fiere, se non fosse definita l’assunzione, da parte delle Regioni o di altri enti, delle quote delle Province e se non venissero garantiti ai Comuni mezzi sufficienti a sostegno delle proprie partecipazioni.
In questo contesto, si aggiunge l’Imu: l’Agenzia delle entrate ha assimilato le fiere ai padiglioni industriali. Gli extra costi che vengono dalla tassazione sugli immobili pesano sulle singole fiere da 600mila a 1-1,4 milioni l’anno. I padiglioni sono assimilati a capannoni industriali ma il loro utilizzo è limitato a poche decine di giorni l’anno. Aefi auspica che l’Imu applicata ai quartieri non superi il 10% di quella che paga un centro commerciale di pari superficie.