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Fiorucci annuncia la disdetta degli accordi aziendali ma poi apre un tavolo sindacale

Cantiere aperto alla Cesare Fiorucci. L’incontro di ieri presso l’Unindustria di Roma tra azienda e i sindacati nazionali Fai-Flai e Uila e territoriali degli stabilimenti laziali di Santa Palomba e di Parma si è concluso secondo le previsioni meno ottimistiche.
I sindacati, in un comunicato, raccontano che Fiorucci ha riferito della grave situazione di squilibrio economico finanziario in cui versa e della necessità di un progetto di rilancio che miri alla ricostituzione dei margini e passi anche dalla riduzione del costo del lavoro: hanno quindi annunciato la disdetta di tutti gli accordi aziendali di secondo livello e l’avvio di un processo di terziarizzazione dei servizi aziendali. I sindacati hanno marcato un netto dissenso sulle soluzioni adombrate e hanno quindi ottenuto un tavolo negoziale che si aprirà il prossimo 5 settembre.
Fiorucci produce i prodotti classici della salumeria italiana che distribuisce prevalentemente nel Centro sud Italia e all’estero; occupa circa 500 addetti diretti a Santa Palomba e una trentina a Parma. Fiorucci è controllata dalla multinazionale spagnola Campofrio Food group, recentemente passata nell’orbita di investitori messicani.

Il crollo del suino 
Nell’incontro di ieri con i sindacati, l’azienda, guidata dall’ad Alberto Alfieri, ha sottolineato la grave crisi dei consumi di carne suina in Italia: nel 2015 ha perso un ulteriore 6,8%. Fiorucci ha denunciato un calo sia dei volumi prodotti sia del valore. Per di più una parte della produzione, trasferita dal sito di Burgos in Italia nel novembre 2014, ritornerà in Spagna entro il primo bimestre del 2017.

Stop alle ricapitalizzazioni
Nel quinquennio terminante nel 2014 Fiorucci ha perso circa 200 milioni e la società è stata più volte ricapitalizzata per un totale di 106 milioni. Nel 2013 erano stati individuati 250 esuberi su 600 addetti. «La direzione – dichiara Gianfranco Moranti, segretario Flai Cgil Roma Sud Pomezia – ci ha detto che l’azienda dovrà autofinanziarsi e in futuro non ci saranno ulteriori iniezioni di capitale. La società deve produrre i margini autonomamente agendo su varie leve: organizzative, nei rapporti con la grande distribuzione e anche con la riduzione del costo del lavoro. In particolare con gli accordi aziendali: secondo loro integrativo e superminimo peserebbero per il 18,8% sul costo del lavoro».
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L’azienda non avrebbe fornito dati sul bilancio 2015. «Forse li avremo a settembre – conclude Moranti – insieme a un piano industriale realistico e sostenibile. Che intendiamo discutere fino in fondo».In attesa del 5 settembre i sindacati hanno ottenuto dall’azienda la promessa di non assumere decisioni unilaterali.