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Un punto vendita Coop

I conti di distributori e industria: la grande distribuzione vede la luce in fondo al tunnel

La grande distribuzione, food e non, esce con le ossa rotte dalla grande crisi italiana. In realtà non ne è ancora uscita, perchè la ripresa dei consumi è lenta e fragile, ma i processi di ristrutturazione di anni iniziano a produrre qualche risultato tangibile. Per questo è importante che si continui su questa strada anche se non lo garantisce nessuno.

I dati medi (per quello che vale la media del pollo di Trilussa) sulla povertà della grande distribuzione alimentare sono impietosi: ogni cento euro di ricavi c’è un solo 1,9 euro di utile operativo. E uno di utile netto.  Le 9 grandi Coop fanno anche peggio a livello caratteristico (anche per le peculiarità sociali che fortunatamente mantengono) ma poi si rifanno con la gestione del risparmio dei soci: alla fine del 2015 il prestito sociale aggregato delle 9 grandi coop era 10,653  miliardi, in calo di 300 milioni rispetto all’anno prima.
Molto meglio l’industria alimentare che in questi anni, pur manifestando casi di crisi aziendali, ha difeso meglio i margini e ora sembra in grado di arrotondarli: ogni cento di ricavi 5,7 euro di utile operativo. E 5,2 di utile netto.

Un anno in ripresina
Il 2015 è l’anno della ripresina per le catene della grande distribuzione (food e non) e del consolidamento per l’industria alimentare. Riprendono a crescere (sia pure di poco, circa il 2%) i fatturati dei distributori di alimentari mentre il margine operativo lordo si risolleva, cresce del 9%, dai livelli bassissimi raggiunti negli anni della crisi più profonda; l’industria alimentare arrotonda ricavi e margine (entrambi dell’1,2%) e mantiene il sostanziale distacco dalle catene commerciali manifestatosi sin dall’inizio della crisi; le catene commerciali non food (mobili, tessile ed elettronica) respirano aumentando del 10% l’Ebitda e riportando l’utile sopra l’1% dei ricavi, dal dato negativo del 2014.

Medie da interpretare
Il report sui bilanci 2015 aggregati delle società è stato elaborato dall’ufficio studi di Ancc-Coop su dati R&S Mediobanca. Il curatore Albino Russo, direttore dell’ufficio studi Ancc-Coop – avvisa che «i campioni presi in considerazione sono affidabili sia per l’industria che per la grande distribuzione. Certo sono delle medie, ma il cambio di marcia tra il 2014 e il 2015 è evidente».
Il campione della Gdo alimentare comprende aziende per circa 47 miliardi, con dentro l’alta redditività di Esselunga ma anche le perdite (in riduzione) di Carrefour e il rosso record di Auchan. Mentre l’aggregato delle nove grandi cooperative Coop comprende l’invidiabile performance di Unicoop Firenze ma anche quelle non irresistibili di Unicoop Tirreno e Coop Sicilia. Ancora più eterogenea la situazione delle catene commerciali non food, passate dal tritacarne della recessione con cessioni di aziende e chiusure di punti vendita. Insomma, la grande distribuzione si conferma un business (relativamente) sicuro ma a bassissima redditività: nel 2015 ogni 100 euro di ricavi ha prodotto 1,1 euro di utile. Contro i 5,2 euro dell’industria.

Mondo cooperativo
Un discorso a parte merita la galassia Coop, recentemente indebolita dalla cessione parziale della rete friulana di CoopCa ma che, per altri versi, ha saputo reagire alle difficoltà superando antiche divisioni e generando Alleanza 3.0. L’anno scorso le 9 grande Coop hanno fatturato 11,2 miliardi, in calo di circa 200milioni rispetto all’esercizio precedente (anche per la cessione di alcuni pezzi di rete) e con un ulteriore cedimento sull’Ebitda (dal 4,5 al 4%) e sull’Ebit (da 0,8 a 0,4%). Russo precisa che i margini sono stati sacrificati per cedere ai consumatori parte dei proventi ma anche per rilanciare le vendite. Mentre a rilanciare i conti del gigante cooperativo è stata la gestione finanziaria, risalita dallo 0,9 all’1,6% dei ricavi. Contestualmente all’azzeramento delle componenti straordinarie negative. Va ricordato che Coop conta su una poderosa raccolta di risparmio dai soci (10,65 miliardi nel 2015), mezzi che le assicurano la copertura degli investimenti. «Prima del 2015 – osserva Russo – i titoli in portafoglio sono stati allineati ai valori di mercato e svalutati. L’anno scorso sono stati parzialmente rivalutati e questo ha contribuito alla performance della gestione finanziaria: un fatto eccezionale che non si ripeterà nel 2016».