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La Cina apre le porte alla carne italiana, ma solo del Nord

Cade un’altra barriera non tariffaria per il made in Italy. La Cina apre all’import di carne suina italiana, bloccato dal 1999, e già all’inizio il nostro export potrebbe arrivare a 50 milioni.
Le autorità cinesi hanno comunicato al ministero della Salute la decisione di aprire il mercato alla carne suina fresca italiana, bloccato dal 1999. In particolare, il ministero dell’Agricoltura cinese ha riconosciuto l’indennità da malattia vescicolare della macroregione del nord. Si tratta di un’area composta da Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino Alto-Adige, Friuli Venezia-Giulia, Emilia-Romagna e Marche, dove è concentrato oltre l’80% della produzione nazionale di carne suina.
L’esportazione di questi prodotti era bloccata dal fatto che l’Italia fosse considerata non indenne dalla malattia vescicolare. Sebbene il problema sia limitato a Sardegna, Calabria e Campania.

Un decennio
Dopo oltre dieci anni di trattative con «l’invio di copiosi dossier tecnico-sanitari da parte del ministero della Salute e diverse missioni tecniche e istituzionali in Cina si è finalmente raggiunto un obiettivo di primaria importanza strategica per lo sviluppo futuro del nostro settore» sottolinea Nicola Levoni, presidente di Assica, l’associazione dei produttori di carni e salumi. Levoni ringrazia per il lavoro svolto le direzioni generali del ministero della Salute, il ministro Beatrice Lorenzin e il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, oltre che la rappresentanza diplomatica a Pechino.
Quanto manca però dall’attuazione pratica del provvedimento cinese? «Questione di settimane – risponde Davide Calderone, direttore generale di Assica – Serve la firma del protocollo d’intesa tra governi, la stesura di un certificato sanitario che riporti le condizioni del protocollo e poi un’ispezione dei tecnici cinesi in Italia». E dopo la Cina? «Si può pensare alla Corea per le carni fresche e ancora a Corea e Australia per i salumi a breve stagionatura» conclude Calderone.

Come per gli Usa
Il via libera cinese sembra ritagliato sul modello di quello americano del 2013, anche se riguarda i salumi a breve stagionatura. E a quest’ultimo accordo con gli Usa fanno riferimento le regioni Toscana e Umbria: hanno presentato alle autorità istanza d’indennità dalla vescicolare.
Secondo Assica, l’apertura della Cina alle nostre esportazioni di carni suine, grassi e frattaglie, sebbene limitata alla sola macroregione del nord, rappresenta una grande opportunità, e potrebbe generare già nella fase iniziale un fatturato export di 50 milioni di euro, permettendo al nostro Paese di recuperare posizioni importanti rispetto ai principali competitor europei.
Infatti i cinesi sono grandi consumatori di carni europee: nei primi sette mesi dell’anno Pechino ha importato suini vivi, carni suine fresche e congelate, frattaglie e prodotti a base di carne suina per la cifra record di 2,4 milioni di tonnellate e un valore di circa 4,4 miliardi. L’incremento, a volume e a valore, è stato del 36,7%.