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Cambi al vertice: illycaffè, arriva la quarta generazione

Dopo il processo di managerializzazione dell’azienda, la famiglia Illy aggiorna la governance e avvia il passaggio generazionale.
Qualche giorno prima di Natale i fratelli Riccardo e Francesco Illy si sono dimessi dal Cda di illycaffè, facendo spazio, il primo, alla figlia 39enne Daria, da tempo in azienda, il secondo a Licerio Degrassi. Quest’ultimo è stato per molti anni direttore finanziario della holding Illy, dove siede ancora come membro del Cda.
Lo scorso maggio, la controllata illycaffè designò il primo ad non familiare, Massimiliano Pogliani, con un passato in Saeco e Nespresso. Nel vecchio cda di illycaffè sedevano oltre ai membri della famiglia anche il vice presidente Marina Salamon, i consiglieri Pierluigi Celli, Robert Eggs, Hickey Douglas Thomas e Alberto Baldan.

A ottobre è stato nominato il primo a.d. esterno nella holding Gruppo Illy, Federico Marescotti. Il polo del gusto Illy (con 500 milioni di ricavi) ha in portafoglio il caffè premium illycaffè, il cioccolato fine Domori (12 milioni), i the selezionati di Dammann Frères (33 milioni), marron glacès e confetture di Agrimontana (la partecipazione è del 40%) e il Brunello di Montalcino della cantina Mastrojanni(2 milioni).
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Partita a quattro
Il gruppo triestino è controllato dai quattro fratelli: Francesco (64 anni), Riccardo (61), Anna (58) e Andrea (52) che rappresentano la terza generazione. E dalla madre Anna Rossi (85). Riccardo, Anna e Andrea Illy hanno ciascuno il 23,10% della holding, Francesco il 20,72% e la madre il restante 10% suddiviso in quote del 2,5% in nuda proprietà ai quattro figli. La quota di Riccardo (il 23,1%) è in nuda proprietà all’unica figlia, Daria. Andrea ha tre figli Andrea, Francesco tre figlie e un figlio e Anna una sola figlia.
«Da questo mese – sottolinea Andrea Illy, presidente di illycaffè – è operativa la revisione del patto Illy, gli accordi che regolano i rapporti del family business: oggi 7 cugini su 9 sono maggiorenni».
Quanto all’uscita di Francesco dal cda, Andrea Illy ricorda che il fratello non era più consigliere da 20 anni, «poi aveva sostituito mia madre ma ora ha preferito lasciare perchè non si trovava a suo agio. La governance del gruppo è come quella di una quotata: è molto cambiata. E lui è il creativo della famiglia». Perchè il 71enne Degrassi? «Ha 52 anni di vita aziendale, conosce tutti i membri della famiglia e sarà un “traghettatore”. Rappresenterà gli interessi della famiglia».
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La revisione
La holding Gruppo Illy qualche mese fa ha rivisto l’atto costitutivo, alzando gratuitamente il capitale sociale da 12 a 50 milioni (lasciando inalterato il numero delle azioni e prelevando le risorse dalla riserve) e modificando 10 articoli su 23 complessivi. Tra i più rilevanti e stringenti l’articolo 7 bis (divieto di concorrenza per i soci), l’8 (limiti alla trasferibilità dei pacchetti azionari, prelazione e cessione a terzi del 51%), il 13 e 14 (poteri del Cda).
Nel sistema Illy, illycaffè è la nave ammiraglia del gruppo: produce il 90% dei ricavi e dei margini. Nel 2016 i ricavi consolidati della società dovrebbero crescere intorno al 5% dai 437 milioni dell’esercizio precedente. Ma nel caffè è in corso un processo di concentrazione societaria con la nascita di player globali con miliardi di fatturato, in primis Jab. C’è spazio per i “pesi medi”? «Il dubbio ci è venuto – risponde l’imprenditore -. Nei primi 6 mesi di Pogliani abbiamo rivisto la nostra master business strategy realizzando il più grande lavoro di audit. Il risultato è che il nostro modello è sostenibile perchè è unico. La catena dell’approvvigionamento è ritagliata su misura e il nostro marchio premium è globale, inoltre essere focalizzati sull’horeca è un altro elemento di sostenibilità». A questo Illy aggiunge anche una nuova strategia di marketing, di recruiting e i nuovi negozi monomarca. «Il 2017 è l’anno d’innesco del nuovo corso». E la crescita? «Possiamo quadruplicare la capacità in due decenni».
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Sogno americano
Dopo la conquista dell’americana Keurig da parte di Jab svanisce il sogno americano? “No – risponde l’imprenditore -. Anzi: mi hanno telefonato i manager di Jab dicendo che tutto continuava come prima. Non è cambiato niente e noi negli Usa cresciamo”.
Il mercato però è guidato sempre più dallo sviluppo delle capsule, mercato stradominato da Nespresso e poi Lavazza. «Anche noi giochiamo qesta partita – sottolinea l’imprenditore -. Non ci sogniamo di sfidare Nestlé ma puntiamo a occupare gli spazi esistenti. Sul porzionato però la partita è ancora aperta: in Europa per le macchine non esiste ancora uno standard».