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Vino, corre l’export italiano ma in molti mercati facciamo peggio della media

L’euro si rafforza ma l’export tricolore di vino riesce a mettere a segno un’altra crescita nel primi mesi del 2017. La performance però nasconde alcune falle, vecchie e nuove, che tendono ad allargarsi.
In generale, nei primi 5 mesi dell’anno (i dati non sono completi) il nostro Paese ha incrementato, secondo i dati di Nomisma Wine monitor, l’export verso grandi mercati come Stati Uniti, Svizzera, Cina e Russia, ma meno della media del singolo mercato. Nel Regno Unito, Germania e Giappone il dato è addirittura negativo, peggiore del dato generale (il Sol levante ha aumentato l’import).
Nel mercato più ambito del mondo, gli Usa, l’Italia ha esportato per 679 milioni di euro (+3,8% contro il +8,7% del dato generale), di cui 124 milioni di bollicine (+9,4%); nel Regno Unito il valore è di 280 milioni (-4,2% contro -2%), di cui circa 110 milioni di vino sparkling (+12,7%); in Germania 354 milioni (-4% contro -3,5%), di cui 29,5 milioni di bollicine.
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Bene i volumi
Dati meno freschi ma più completi sono quelli di Ismea per il primo trimestre: sono stati esportati quasi cinque milioni di ettolitri (+7,6%) per un valore di 1,32 miliardi (+8%). Era da tempo che non si registravano incrementi percentuali rilevanti sul fronte volumi.
Il dettaglio è che non aumenta il valore medio dell’export e questo non aiuta a ridurre il gap con la Francia. Peraltro, il Paese transalpino nel primo trimestre 2017 ha messo a segno un +15% a valore a fronte di una crescita dei quantitativi pari al 6%. In termini di valore medio si ha un netto miglioramento anche della Spagna che, nonostante un lieve calo dei volumi esportati (-1%), ha fatto registrare incassi in crescita del 9%.
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Partono gli allert 
Che succede al vino italiano? «Sono campanelli d’allarme – risponde Sandro Boscaini, presidente di Federvini -. I dati generali sembrano soddisfacenti ma in realtà se i vini della tradizione italiana cedono terreno c’è da preoccuparsi: l’anno scorso persero 4,5%, compensato dalla crescita del Prosecco. Ma non possiamo rallegrarci se lo zoccolo duro non è più tale». Che fare? «Innanzitutto recuperare le risorse della promozione europea: è un tassello mancante da non sottovalutare. Anche perchè i francesi se ne avvantaggiano fino in fondo. Poi è necessario fare Sistema Italia e spendere bene quelle risorse».
Infine Boscaini rilancia sulle infrastrutture, in particolare sulla disponibilità della banda larga. «In Veneto ce la siamo dovuta pagare noi – sostiene -. Non si può competere con i big globali del vino senza le infrastrutture di base».
Per Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine monitor, «è difficile capire la ragioni della frenata del vino italiano. Anche se il trend negativo dei vini fermi imbottigliati risale all’anno scorso mentre la performance del Prosecco non è iniziata ieri. Aspettiamo la fine dell’anno per un giudizio». Quanto al grande mercato americano, Pantini sottolinea la riscossa francese (+19% nei primi 5 mesi). E ora «con il calo del 17% della prossima vendemmia francese – aggiunge – è da credere che gli importatori anticiperanno gli acquisti per costituire le scorte,spingendo all’insù i prezzi».
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Dal Nord est al Nord ovest
Dal fronte dei produttori, Nadia Zenato, produttrice veneta di Valpolicella e Lugana, registra una divaricazione dei mercati: «In Asia – sostiene – la domanda è vivace per i vini rossi, soprattutto Valpolicella e Amarone; in Italia e in Europa, specie in Germania, il fermento è per i bianchi e il Lugana. Anzi il Lugana è il vino più di moda: in Russia ha continuato a crescere anche durante la crisi».

Nel Nord ovest, Piero Rossi Cairo, conferma invece la stasi dei vini rossi: «I nostri Barolo, Dolcetto e Nebbiolo della Tenuta Cucco sono fermi mentre i bianchi Gavi Docg di La Raia crescono a doppia cifra. Ero convinto che i rossi trainassero i bianchi, ma succede esattamente il contrario».
Sul fronte internazionale Rossi Cairo rileva «la riapertura del mercato russo: abbiamo inviato i primi 4 pallet a un partner affidabile. Nelle Filippine pensavo di affidare al nostro partner commerciale i rossi ma la presenza di Vietti e Massolino mi ha indotto a ripiegare sui bianchi».

L’imprenditore però preferisce le difficoltà dei mercati esteri piuttosto che i problemi di riscossione dei crediti in Italia. «Tuttavia – precisa Rossi Cairo – dobbiamo rimanere in Italia: non puoi non affermare il brand nel tuo Paese». Intanto a poche settimane dalla vendemmia Rossi Cairo fa i conti con i danni delle gelate del 19 e 23 aprile scorsi: «Abbiamo perso 7 ettari su 45. Speriamo che almeno l’anno prossimo tornino produttivi».