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Occhio all'etichetta

Obbligo in etichetta dello stabilimento di produzione: decreto a rischio stop Ue

Torna l’obbligo di indicare in etichetta lo stabilimento di produzione o confezionamento dei prodotti alimentari. Ieri il Consiglio dei ministri ha dato il via libera definitivo al decreto legislativo che reintroduce l’obbligo di indicare lo stabilimento di produzione o confezionamento degli alimenti in etichetta. Si tratta del terzo provvedimento (i primi due schemi di decreto erano stati notificati a Bruxelles) prodotto in materia ed è comunque prevista la notifica e l’assenso della Commissione europea. L’esito è incerto: riuscirà l’Italia a trascinare anche i Paesi Ue renitenti o rischia l’infrazione?

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Il decreto prevede, per tutti i prodotti alimentari preimballati, l’obbligo dell’indicazione sull’etichetta della sede dello stabilimento di produzione o, se diverso, di confezionamento, al fine di garantire, oltre ad una corretta e completa informazione al consumatore, una migliore e immediata rintracciabilità dell’alimento da parte degli organi di controllo e una più efficace tutela della salute. È inoltre previsto un rafforzamento e una semplificazione del sistema sanzionatorio e affida la competenza per sanzioni all’Ispettorato repressione frodi.

 

6 mesi di stop
Il provvedimento prevede un periodo transitorio di 180 giorni dalla pubblicazione in gazzetta ufficiale. L’obbligo di etichetta era già previsto dalla legge italiana, ma è stato abrogato in seguito al riordino della normativa europea in materia di etichettatura alimentare. «Un impegno mantenuto – ha commentato il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina – nei confronti dei consumatori e delle aziende che ne hanno chiesto il ripristino. Continuiamo il lavoro per rendere sempre più chiara e trasparente l’etichetta degli alimenti, una chiave fondamentale di competitività e utile per la migliore tutela dei consumatori».
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Sull’indicazione dello stabilimento dell’etichetta sono d’accordo anche gli industriali che però obiettano sul disallineamento competitivo del provvedimento: l’obbligo infatti scatterà solo per chi produce o confeziona in Italia ed esclude i player con stabilimento all’estero ma commercialmente operanti anche nel nostro Paese. E il mercato unico europeo dove finisce? si chiedono gli industriali italiani.
Il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti si è detto favorevole a un’etichetta «con il maggior numero di informazioni, puntuali e trasparenti, a tutela del consumatore e della qualità dei prodotti delle imprese».

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I primi due decreti
Prima di arrivare al decreto legislativo di ieri, ne erano stati presentati due a Bruxelles: il primo era stato notificato il 4 aprile 2017 ma congelato dalla Commissione (perchè non conforme al regolamento Ue n. 1169/2011), ritirato dal Governo italiano e poi corretto e ri-notificato lo scorso 3 agosto specificando che l’obbligo di etichetta riguardava i prodotti trasformati preimballati ad esclusione di quelli imballati, sostanzialmente quelli per la vendita diretta. Con una rimodulazione dell’ammontare delle sanzioni.
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Ma anche su questo decreto Bruxelles avrebbe obiettato che la distinzione fra prodotti preimballati trasformati e non trasformati non è corretta: la Commissione per “tipi e categorie specifiche di prodotti” identifica specifiche categorie merceologiche. Inoltre avrebbe indicato che la strada per formulare la richiesta di mantenimento dell’obbligo è nell’art. 114 del Trattato e nelle giustificazioni dell’art. 36.

Quali le giustificazioni? Moralità pubblica, ordine pubblico, pubblica sicurezza, tutela della salute e della vita delle persone e degli animali o preservazione dei vegetali, protezione del patrimonio artistico, storico o archeologico nazionale, tutela della proprietà industriale e commerciale o protezione dell’ambiente o dell’ambiente di lavoro.

  • nemesis |

    Le confermo, nessun vantaggio per il consumatore, nè in termini di salute nè in termini di risparmio. Questa confusione tra questioni di origine (o luogo di produzione) e qualità/sicurezza del prodotto serve solo a gonfiare le tasche delle lobby agricole (alle quali piace la rendita senza sforzi), cosa che il Ministro Martina fa molto bene in periodi elettorali caldi (vedi anche etichettatura pasta poco prima del referendum). Bisognerebbe dire forte e chiaro che i prodotti italiani non sono “di per sè” salubri, ma sono tali solo in quanto ben controllati (idem per i prodotti di importazione).

  • Aldo Moraschi |

    Sono disposto a pagare una quantità illimitata di birre (per un unico avventore e in un’unica seduta) a chi è in grado di spiegarmi:
    – la completezza dell’informazione derivante dal conoscere il luogo di produzione (cosa aggiunge in termini di conoscenza del prodotto?);
    – la migliore, e soprattutto, “immediata rintracciabilità” dell’alimento da parte degli organi di controllo;
    – il miglioramento dell’efficacia della tutela della salute del consumatore

    conseguenti all’obbligo (solo per gli italiani) di indicare lo stabilimento di produzione.
    Grazie e scusate l’intrusione.
    Aldo Moraschi

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