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Produttori di pasta contro il ministro Martina: ricorso al Tar e segnalazione Ue

Braccio di ferro tra governo italiano e industriali della pasta. Dieci giorni fa l’associazione dei pastai Aidepi ha depositato un ricorso al Tar del Lazio contro il decreto dei ministeri delle Politiche agricole e dello Sviluppo economico che obbliga a indicare (dal prossimo 17 febbraio) l’origine della materia prima per la pasta; alla Commissione Ue gli industriali hanno presentato una segnalazione.
Secondo il decreto le nuove etichette saranno applicate in via sperimentale per due anni e sulle confezioni della pasta dovrà essere specificata la provenienza del grano con la dicitura Paesi Ue, non Ue o Ue non Ue.
Il ministro Maurizio Martina aveva spiegato l’urgenza del provvedimento (nelle more dell’adozione degli atti esecutivi della Commissione Ue, regolamento 1169/2011) con la sfida della qualità. E anche per lanciare un segnale forte alla Ue affinché completi il regolamento sull’etichettatura.

Stop al decreto
«Il decreto è da rigettare perchè non coglie l’obiettivo della trasparenza e non stimolerà l’agricoltura – ha detto ieri il presidente di Aidepi Paolo Barilla -. Le miscelazioni dei grani sono fondamentali e la metà del fabbisogno arriva da molti paesi: in Italia non ne produciamo abbastanza e quello esistente è solo per il 10% di qualità eccellente, per il 50% di media qualità e per il resto inadeguato alla produzione di pasta. Sottolineo che i grani acquistati, per esempio, in Nordamerica costano il doppio di quello italiano, sono di qualità eccellente e con tracce di glifosato largamente sotto i limiti di legge».
Riccardo Felicetti, presidente dei pastai di Aidepi, si è detto favorevole «alla trasparenza verso il consumatore. Abbiamo avanzato una proposta alternativa per l’etichetta, più semplice ed efficace, che non è stata considerata. Certo, la campagna-boomerang condotta da alcuni soggetti non aiuta l’export. Recentemente un importatore americano mi ha mostrato un comunicato stampa circolante in Italia in cui si scrive che la pasta italiana è fatta con grani velenosi. Il comunicato è stato tradotto in inglese da un player turco e diffuso agli operatori». Nel primo semestre del 2017 l’export di pasta secca è scivolato intorno al 5% sia a volume che a valore. E sul mercato domestico il trend è debole da anni. Aidepi stima che la nuova etichetta farà perdere il 5-7% annuo delle quote di mercato.

Difetto di notifica
Infine Mario Piccialuti, direttore di Aidepi, ha rilevato che «il decreto è costruito male: non si applica alla paste Igp e le diciture sulla provenienza sono incomprensibili. Inoltre il decreto non è stato notificato alla Ue».
In serata, Martina ha accettato la sfida: «Siamo pronti a difendere la scelta di trasparenza a favore dei consumatori». Dura Coldiretti, secondo cui «i pastai preferiscono agire nell’ambiguità. Si vuole impedire ai consumatori di conoscere la verità: per esempio la presenza di grano canadese, trattato in preraccolta con il glifosato, accusato di essere cancerogeno. Per questo proibito sul grano italiano».

  • Giuseppe Trovato |

    Dovrebbero scrivere TUTTO quello che mettono nel cibo. Il consumatore ha il sacrosanto diritto di conoscere cosa c’è. Poi decide e sceglie cosa vuole mangiare, assumendosi caso per caso la responsabilità della scelta. Oltre gli allergeni dovrebbero anche indicare il rischio di patologia cronica o di cancro correlato alla presenza in certi alimenti, fra cui i prodotti derivati dai grani al glifosato e all’aflatossina importati e trasportati via mare da lontano. Così come dovrebbero elencaare i rischi collegati al consumo di certi additivi e migliorativi.

  • Anna Facchini |

    oltre alla provenienza del grano, dovrebbero scrivere gli additivi per miscelare le farine di scarsa qualità, per farle aggregare in maniera che resistano alla cottura!!!

  • Fernando Antonio Di Chio |

    Vorrei ricordare alcuni aspetti che nessuno chiarisce:
    1- l’italia permette la disamina del proprio grano agli agricoltori ossia in barba alla legge sementiera che regola la produzione di seme certificato.
    2-tracciare significa conoscere ogni passaggio che porta alla produzione di un alimento e questo lo si può fare se si conosce l’origine del seme (se me lo riproduco io agricoltore non posso certificarlo)
    3-togliendo l’obbligo del seme certificato si è danneggiata una intera filiera e la ricerca ITALIANA è ormai stata superata da quella francese che ha invaso il nostro territorio.
    4-parlare di pasta italiana sapendo che le principali varietà coltivate sono francesi è una presa in giro.
    5-coldiretti farebbe bene a spingere per tornare all’obbligo del seme certificato punto basilare per fare tracciabilità .

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