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La birra italiana piace all’estero, ma l’export è un terzo dell’import (soprattutto dalla Germania)

La birra italiana al record di produzione ed export. Nel 2016 i consumi sono rimasti su livelli record (anche nel 2017) insieme alla produzione e alle esportazioni. Risultati importanti per un Paese che non vanta la tradizione birraria della Germania o del Regno Unito. Nel nostro Paese la domanda si è spostata ulteriormente verso i consumi domestici, a scapito degli esercizi pubblici, preferendo birre main stream ma anche speciali e premium. Quanto al mercato, quote in crescita, a volume, per il leader Heineken (+0,7% a 28,3%), AbInbev (+0,6% a 9,2%), Carlsberg (+0,2% a 6,2%) e le artigianali (+0,2% al 2,3%); stabile Peroni con il 18,4% di quota.
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Produzione al top
Secondo il Rapporto Assobirra, l’associazione dei produttori, nel 2016 la produzione italiana ha toccato il nuovo picco di 14,5 milioni di ettolitri (+2%) mentre l’export si è portato a ridosso di 2,6 milioni (+1%), al di sopra dei 2,5 milioni dell’anno prima. L’import invece è sceso sotto il massimo storico di 7,1 milioni di ettolitri, segnato l’anno scorso.

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Il consumo pro-capite è tornato a 31,3 litri, livello segnato nel 2007, ma sempre inferiore da 3 a 5 volte rispetto ai Paesi con i maggiori consumi. «Nonostante la crisi economica – osserva il presidente di Assobirra Michele Cason – la birra made in Italy non ha mai rallentato: dal 2008 al 2014, negli anni cioè della crisi, la produzione è cresciuta segnando il picco storico con oltre 14,5 milioni di ettolitri, nonostante la contrazione dei consumi pro-capite. Ciò vuol dire che la birra italiana ha trovato all’estero quella parte di clientela persa in Italia, grazie al prestigio della dieta mediterranea e al suo territorio. Tra il 2007 e il 2016 l’export è infatti più che raddoppiato. E si tratta di birra in gran parte della fascia premium».

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Birra uber alles
Il principale esportatore di birra nel nostro Paese si conferma la Germania, con quasi 3 milioni di ettolitri (il 43% del totale dell’import italiano), seguita a lunga distanza dai Paesi Bassi (11,2%) e dal Belgio e Lussemburgo (11,1%).
Sul fronte dell’export, il mercato Ue ha assorbito oltre 2 milioni di ettolitri di birra prodotta in Italia (l’80% dell’export totale), con la Gran Bretagna ancora nettamente in testa (quasi 1,3 milioni), seguita da Francia (124 mila), Germania (70 mila) e Paesi Bassi (56 mila). Fra i Paesi extra-europei, di gran lunga in testa gli Usa (196 mila ettolitri), seguiti da Australia (47 mila) e Albania (42 mila).
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Vincono le migliori
Nel 2016 i consumi di birra fuori casa sono scesi di 3 centesimi al 41,2% del totale, con il restante 58,8% rappresentato dalla distribuzione moderna e da negozi tradizionali. Un trend in evoluzione da quasi un decennio: nel 2007 i consumi in bar, ristoranti e pub era del 45,5%.
Nel 2017 i consumi (il 60% concentrato fra aprile e settembre) hanno continuato a crescere nel canale moderno: secondo Iri, a tutto agosto le vendite segnavano +7,7% a volume e +7,2% a valore a 1,5 miliardi. A trainare, in particolare, le birre speciali, assortite e sopra i 6 gradi. In frenata, le analcoliche e le aromatizzate.

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«Il trend è stato molto positivo – conferma Cason -. Il mese di agosto è stato il migliore dell’ultimo decennio. Ora attendiamo i dati di novembre e dicembre. Prevediamo comunque una performance positiva grazie al cambiamento di abitudini, alle innovazioni lanciate dai produttori negli ultimi anni. Comprese quelle introdotte dai micro birrifici».

A proposito, da sottolineare l’onda lunga dei birrifici artigianali: il numero di queste realtà imprenditoriali, in gran parte giovanili e ad alta intensità occupazionale, è più che sestuplicato dal 2008 al 2016, passando da 113 a 718, cui si aggiungono 225 brew pub, che sono i locali dove viene servita birra prodotta in loco.

 

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